Quando un medico mette da parte qualcosa e va in banca a chiedere "come lo investo?", nove volte su dieci esce con un fondo comune di investimento. È il prodotto che la banca propone per primo. Vale la pena capire perché, e perché per te quasi mai è la soluzione più conveniente.
Un fondo comune raccoglie i soldi di tanti risparmiatori e li affida a un gestore, che decide quali titoli comprare cercando di "battere il mercato". L'idea suona bene. Il problema sono tre cose che, messe insieme, lavorano contro di te: i costi alti, la difficoltà reale di battere il mercato, e il conflitto di interessi di chi te lo vende. Le vediamo una per una.
Cos'è un fondo comune, in breve
È uno strumento di gestione "attiva": un gestore professionista sceglie attivamente i titoli (azioni, obbligazioni) in cui investire, comprando e vendendo nel tempo, con l'obiettivo di ottenere un rendimento migliore di quello del mercato di riferimento. Quel mercato di riferimento si chiama benchmark (per esempio l'indice delle grandi aziende mondiali). Per questo lavoro di gestione, il fondo applica delle commissioni ogni anno.
La differenza con un ETF è proprio questa: l'ETF non cerca di battere il mercato, si limita a copiarlo al costo più basso possibile. Il fondo comune ci prova, ma te lo fa pagare caro.
Problema 1 — I costi
È il punto più importante, perché è l'unico certo. Il rendimento futuro nessuno lo conosce; il costo, invece, lo paghi con certezza ogni anno, che il fondo vada bene o male.
Un fondo comune azionario costa in media circa l'1,5% all'anno. È il TER (Total Expense Ratio), cioè il costo totale annuo del prodotto, ed è il dato che emerge dai report periodici dell'ESMA, l'autorità europea dei mercati finanziari, sui fondi destinati ai risparmiatori. Un ETF equivalente costa tra lo 0,05% e lo 0,30%. Sembra una differenza piccola: è invece enorme, perché agisce ogni anno e si accumula.
| €10.000 investiti per 30 anni, rendimento lordo 6%/anno | Valore finale |
|---|---|
| ETF, costo 0,2%/anno | ~€54.000 |
| Fondo comune, costo 1,5%/anno | ~€37.500 |
| Differenza finita in commissioni | ~€17.000 |
Stesso capitale, stesso mercato, stesso periodo: l'unica differenza è il costo del prodotto, e si porta via circa un terzo di quello che avresti potuto avere. Su somme più grandi o periodi più lunghi, il divario cresce ancora.
Apri il calcolatore dei costi → e scopri quanto ti porta via, nel tempo, un fondo all'1-2% rispetto a un ETF a basso costo: con l'interesse composto la differenza diventa enorme.
Problema 2 — Battere il mercato è molto raro
Il fondo comune giustifica i suoi costi con una promessa: "il nostro gestore farà meglio del mercato". I dati dicono che quasi mai accade.
Le rilevazioni indipendenti che da anni confrontano i fondi attivi con il loro benchmark (le più note sono i report SPIVA di S&P) mostrano un quadro costante: su un orizzonte di dieci anni, circa 9 fondi azionari su 10 fanno peggio del proprio indice di riferimento. Non per un anno sfortunato: in modo sistematico, decennio dopo decennio.
Il motivo è in gran parte proprio il costo. Un gestore può anche essere bravo, ma deve prima recuperare l'1,5% di commissioni che si porta via ogni anno, solo per pareggiare un ETF che costa lo 0,2%. È una corsa con uno zaino pieno di sassi: qualcuno la vince, ma scommettere in anticipo su quale sarà è quasi impossibile.
Non stai pagando l'1,5% per avere un rendimento migliore. Statisticamente, stai pagando l'1,5% per avere, nella maggior parte dei casi, un rendimento peggiore di quello che otterresti copiando semplicemente il mercato a basso costo.
Problema 3 — Il conflitto di interessi di chi te lo vende
Resta la domanda più scomoda: se i fondi comuni costano tanto e raramente battono il mercato, perché la banca te li propone in continuazione? La risposta è nel modo in cui la banca guadagna.
Quando ti vende un fondo, una parte delle commissioni che paghi ogni anno torna indietro alla banca o alla rete che te l'ha collocato. Si chiamano retrocessioni: in pratica, il tuo consulente allo sportello è remunerato in funzione dei prodotti che ti fa sottoscrivere. Più il prodotto costa a te, più tende a rendere a chi te lo vende.
Questo spiega due cose che molti risparmiatori notano senza capirle: perché in banca ti propongono fondi costosi e quasi mai gli ETF a basso costo (sui quali la banca non guadagna quasi nulla), e perché ogni tanto ti chiamano per "spostare" l'investimento in un nuovo prodotto. Non è necessariamente malafede del singolo impiegato: è il sistema di incentivi in cui lavora. Ma per te il risultato non cambia.
Cosa fare adesso
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Controlla cosa hai già in portafoglio
Se hai investimenti tramite la banca, recupera l'elenco e cerca la voce "spese correnti" (il TER) di ogni prodotto, riportata nel documento informativo. È il primo numero da conoscere: ti dice quanto ti costa davvero ogni anno.
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Confronta con l'alternativa a basso costo
Per la maggior parte degli obiettivi, un ETF azionario globale o un fondo indicizzato fa lo stesso lavoro di un fondo attivo, a una frazione del costo. La differenza, su decenni, vale decine di migliaia di euro.
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Diffida di chi guadagna dal prodotto che ti consiglia
Se chi ti propone un investimento viene pagato in base a cosa ti vende, il consiglio non è neutrale. Un consulente indipendente (che paghi a parcella, non tramite retrocessioni) ha invece interesse a tenerti i costi bassi.
Fonti
- S&P Dow Jones Indices — Report SPIVA: confronto periodico tra fondi a gestione attiva e i rispettivi benchmark.
- ESMA — Report annuali sui costi e la performance dei prodotti di investimento al dettaglio nell'Unione Europea.
- CONSOB — Sezione "Educazione finanziaria" su fondi comuni, costi e gestione attiva vs passiva.
- Direttiva MiFID II (2014/65/UE) — disciplina della trasparenza dei costi e degli incentivi (retrocessioni) nel collocamento di prodotti finanziari.
Le percentuali di costo e i dati sulla performance citati sono ordini di grandezza basati su rilevazioni di settore e possono variare per prodotto, mercato e periodo. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. Questo articolo ha finalità divulgative e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o di investimento personalizzata.